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“Cosa vuoi fare da grande?” – una riflessione con Carlo Lepri sull’età adulta delle persone con disabilità intellettiva

3 minuti di lettura

“Cosa vuoi fare da grande?” È una domanda importante, da rivolgere a ogni bambino, anche a quelli con una disabilità intellettiva.

Carlo Lepri – psicologo, docente e pioniere nel campo dell’integrazione lavorativa delle persone con disabilità – ha presentato in Cometa il suo libro “Diventare Grandi. La condizione adulta delle persone con disabilità intellettiva”.

Al centro della sua riflessione proprio questa provocazione: imparare ad immaginare adulte le persone con disabilità, iniziando a farlo sin da quando sono bambine. È proprio così infatti che si diventa socialmente, emotivamente e psicologicamente adulti; quando gli altri ci riconoscono come tali vedendo in noi i tratti propri della maturità: l’autodeterminazione, l’interdipendenza, l’assunzione di ruoli.

Ognuno, in modo proporzionale alle proprie caratteristiche, può tendere a questi obiettivi. E chi ci riesce diventa esempio e modello per gli altri.

È il caso di Paola, – la cui storia è raccontata nel libro – una donna con sindrome di Down impiegata in una Scuola dell’infanzia. Il suo impegno quotidiano, il suo lavorare con serietà, il suo relazionarsi con i colleghi non sfuggono agli occhi di Francesca, una bambina con sindrome di Down iscritta al primo anno di asilo, a sua mamma e alla sua maestra che – accorgendosi della curiosità e dell’ammirazione della piccola nei confronti di Paola – confida come secondo me Francesca è nata adesso.” 

Le persone con disabilità infatti – citando lo scrittore Pontiggia – “nascono due volte”, prima biologicamente e poi psicologicamente, nel momento in cui si comprende che possono avere un futuro, una vita.

Ogni persona con disabilità può diventare adulta, ognuna secondo le sue possibilità. Ciò che conta è che per tutti – persone con disabilità incluse – questo processo possa avere inizio, venga sostenuto, sia riconosciuto e possa realizzarsi.

Questo passaggio richiede uno sforzo sia da parte dei bambini e giovani con disabilità, che da parte dei loro genitori.

Un punto di svolta tanto complesso quando fondamentale è la possibilità di guardare al limite, senza celarlo, posticiparlo, evitarlo. Il limite, infatti, quando riconosciuto, può diventare generativo, un punto di partenza prospettico per guardare a ciò che invece si può e si sa fare, “un muro su cui appoggiarsi per crescere”.

Per i genitori, poi, una provocazione ancora più grande: imparare a non pensarsi indispensabili per sempre. Un processo fondamentale per la crescita che dovrebbe iniziare già in adolescenza – una fase in cui naturalmente il figlio è portato a creare una frattura con i genitori per delineare sempre più la sua identità e autodeterminazione – che però spesso i ragazzi e le ragazze con disabilità intellettiva non hanno la forza di fare. Diventa quindi cruciale il ruolo dei genitori, che devono compiere uno sforzo quasi innaturale: distanziare il figlio, dargli autonomia, credere nella sua possibilità di crescere, in un passaggio difficile ma spesso risolutivo.

Nell’immaginare il proprio figlio con disabilità adulto si perde la rassicurazione propria del trattare con un bambino, con cui si sa cosa fare. Con un adulto cambiano le distanze, fisiche ed emotive, ma è proprio riconoscere questo passaggio che rende possibile la realizzazione della persona. Parafrasando un passaggio de Il coniglietto di velluto di Margery Williams, citato da Lepri, diventare reale (o adulto) è una cosa che ti capita quando ti si vuole bene a lungo, molto a lungo, non solo per giocare con te, ma ti si vuole bene davvero. Ci vuole molto tempo, in genere ti ritrovi spelacchiato e malandato, ma queste cose non hanno importanza perché una volta che sei reale non puoi essere brutto, ma dura per sempre.”

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